Quando leggiamo la parola würstel, cosa ci viene in mente?
Un alimento pratico e gustoso?
Sicuramente anche qualcosa di poco sano.
La verità è che sotto lo stesso nome si nascondono due mondi completamente diversi.
Come evidenziato anche da Il Fatto Alimentare, molti würstel in commercio sono prodotti con carne separata meccanicamente (CSM): una materia prima ottenuta spremendo le carcasse per recuperare residui di carne.
Negli ultimi anni abbiamo imparato a guardare con sospetto i prodotti trasformati, come se fossero tutti uguali. Ma la realtà è molto più complessa. Non è il processo industriale in sé a determinare la qualità di un alimento: ciò che conta davvero è come quel prodotto è stato progettato, quali ingredienti contiene e quale impatto ha sull’organismo
Non tutti i würstel sono uguali
Una parte dei würstel tradizionalmente presenti sul mercato è costruita con logiche che privilegiano praticità, lunga conservazione e, primo tra tutti, costo produttivo minimo. In molti casi entrano in gioco ingredienti di scarsa qualità e processi “aggressivi” che incidono in modo significativo sulla qualità nutrizionale del prodotto: elevate quantità di sale e grassi saturi, additivi come nitriti e nitrati, utilizzati per garantire sicurezza e mantenere il tipico colore rosato.
Questi ultimi, sebbene autorizzati, sono oggetto di attenzione da parte della comunità scientifica per il loro effetto sulla salute.
Non c’è dunque da stupirsi che i würstel siano classificati cancerogeni di classe 1 in quanto rientrano nella categoria delle carni lavorate che aumentano il rischio di tumori.
Prodotti appartenenti alla stessa categoria, però, possono presentare composizione, qualità delle materie prime e processi profondamente diversi, con importanti differenze sull’impatto nutrizionale.
Il caso studio
Nel cuore delle Dolomiti prende forma Würstel Evolution, un progetto di riformulazione alimentare frutto del lavoro di ricerca e sviluppo dell’Accademia Italiana di Medicina Culinaria, che dimostra come anche un prodotto simbolo della trasformazione industriale possa essere ripensato in chiave nutrizionale. Realizzato con carni selezionate dei masi del Trentino e con una quota significativa di verdure (almeno il 40%).
L’assenza di nitrati e nitriti, la riduzione di grassi saturi, sale e calorie, insieme alla presenza di fibre prebiotiche e potassio, ne ridefiniscono il profilo metabolico. Il colore non è più affidato ad additivi, ma a ingredienti come barbabietola e pomodoro concentrato, naturalmente ricchi di composti bioattivi.
Il risultato è un prodotto che conserva familiarità e praticità, una buona pastorizzazione ne allunga la vita. Sale e aromi vengono essere sostituiti dall’utilizzo del pomodoro concentrato, ricchissimo in acido glutammico, oltre che in preziosi carotenoidi. Viene in aiuto l’utilizzo del cloruro di potassio, esaltatore di sapidità che, al contrario del cloruro di sodio, aiuta a mantenere la pressione sanguigna normale.
La compattezza tipica del würstel viene riprodotta grazie a un mix di fibre solubili che hanno un effetto prebiotico per l’intestino. Un würstel da 80 g fornisce: 6 g di fibre, 544 mg di potassio e solo 0,5 g di sale, 2 g di grassi saturi e 120 kcal.
Questo approccio non si limita alla riformulazione del singolo prodotto, ma risponde a criteri precisi di sicurezza nutrizionale. Würstel Evolution è infatti certificato BuonodaVivere! una certificazione nata per tradurre le linee guida nazionali e internazionali sull’alimentazione equilibrata in parametri concreti applicabili ai singoli prodotti alimentari. In questa prospettiva, un alimento certificato è caratterizzato da un equilibrio nutrizionale definito: più fibre, vitamine, sali minerali, antiossidanti e molecole bioattive, ma meno sale, zuccheri e grassi, all’interno di una visione coerente con la Dieta Mediterranea e con i principi della longevità.
La domanda quindi non è: i würstel fanno bene o fanno male?
La domanda giusta è: che tipo di würstel stiamo mangiando?
Il processo di per sé ha anche i suoi aspetti positivi: allunga la shelflife, riduce lo spreco alimentare, permette di fornire cibi gustosi e semplici da preparare e ci viene incontro nella vita frenetica di tutti i giorni.
Un alimento trasformato puo’ essere pensato soltanto per essere economico, molto appetibile e facile da conservare. Oppure può essere progettato per mantenere gusto e praticità, migliorando allo stesso tempo il profilo nutrizionale.
Non si tratta semplicemente di una versione “alleggerita” di un alimento tradizionale, ma di una vera e propria riformulazione funzionale, in cui il processo tecnologico viene orientato non solo alla sicurezza e alla conservabilità, ma anche all’impatto sull’organismo.
Alla luce di queste considerazioni, la domanda iniziale acquista un significato più profondo. Ha ancora senso utilizzare la stessa denominazione per prodotti che condividono forma e utilizzo, ma differiscono in modo così marcato per composizione, qualità delle materie prime e effetti fisiologici?